Cinema

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Titolo originale: GAS
Genere: DRAMMATICO
Anno di distribuzione italiana: 2005
Sceneggiatura: Luciano Melchionna, Alexandra La Capria
Scenografia: Alessandro Marrazzo
Costumi: Alessandro Bentivegna
Fotografia: Tarek Ben Abdallah
Prodotto da Massimo Ferrero
Regia: Luciano Melchionna
Distribuzione: Sharada

Con: Lorenzo Balducci, Francesco Venditti, Moran Atias, Sandro Giordano, Massimiliano Caprara, Paola Ranzoni e con Loretta Goggi e la partecipazione straordinaria di Paolo Villaggio con l’amichevole partecipazione di Cesare Fazioli

Luca (Lorenzo Balducci) è un ragazzo di 24 anni che vive a Latina. Con la madre (Loretta Goggi) ha un rapporto conflittuale. Con la fidanzata più grande di lui, Ludovica (Alexandra La Capria), attraversa un momento difficile. Finché conosce Riccardo (Giorgio Santangelo), fratello maggiore di Ludovica, con cui Luca vive un’amicizia molto intensa. Sarà Riccardo a fargli capire la sua vera identità. La storia di Luca si intreccia con quella di altri coetanei, tutti fra i 20 e i 30 anni, tutti imprigionati nel vuoto di valori di una vita di provincia arida e senza sogni: Francesco (Francesco Venditti), giovane padre separato; Emiliano (Massimiliano Caprara), inserviente all’obitorio; Sandro (Sandro Giordano), figlio di un famoso personaggio televisivo; Monica (Moran Atias), mantenuta; Laura (Paola Ranzoni), giovanissima madre alle prese con una difficile situazione familiare. Le fila delle singole esistenze si intrecceranno sempre più, fino a combinarsi in un finale «aperto» e a sorpresa.  

RASSEGNA STAMPA  

Giovani senza sguardi davanti, che vivono solo il presente, schiacciati da un mondo che non li vuole e a cui non si danno: per sfida, orgoglio, oppure senza motivo. Lo sfondo di Gas, esordio nel cinema del regista e autore teatrale Luciano Melchionna (e Gas è l’omonima sua pièce all’origine) è balordo e borderline, abitato di periferie impossibili e pachidermiche aree dismesse che, da centri nevralgici dell’epoca industriale, si sono trasformate in luoghi di morte e degrado, disfacimento e rottura. Tra Rumori di fondo e Arancia meccanica, la discesa all’inferno ha una sua vitalità disperata, un suo ritmo urlato, una sua vocazione a perdere. Merito di un copione dirompente, di una regia ferma e volenterosa di uscire dal ghetto del palcoscenico da cui proviene, e di un cast di giovani e incazzosi commedianti, tra i quali spiccano Lorenzo Balducci e la sorprendente Moran Atias. Tra gli sfizi e le provocazioni di Melchionna, anche una dedica finale alla sua “splendida famiglia” e la scelta, coraggiosa e vincente, di una spiazzante Loretta Goggi. Camei anonimi di Paolo Villaggio e Pino Quartullo.
Da Film Tv, Aldo Fittante n. 24, 2005

Storie di ordinaria e giovanile follia Storie sparse di vite violente e disordinate di provincia dove si tortura il prossimo fisicamente e metaforicamente in un totale isolamento patologico che non risparmia la famiglia, dove si affacciano la Goggi e Villaggio. Storie di ordinaria e giovanile follia. Finale espanso, catarsi di gruppo. Il film di Melchionna e del suo gruppo teatrale da cui deriva il soggetto urla la sua rabbia, ma la scrive in modo generico, non tocca la sintesi poetica. Debordante e curiosa la parte visiva che non si accontenta della sintassi, ma cerca i punti esclamativi interrogativi con un’ offerta maxi di emozioni, mescolando stili diversi. Alla fine le parti migliori sono i silenzi, quando vincono l’ intuito e/ o le occhiate tristi dei ragazzi.
Da Il Corriere della Sera, Maurizio Porro 11 giugno 2005

Informazione: «L’ho ucciso». Curiosità unica: «Dove?». Nel 1996, Danny Boyle diresse «Trainspotting», il primo film che in modo esplicito, senza opportunismi né abbellimenti né pregiudizi, raccontava una storia di drogati dal loro punto di vista, le giornate di un gruppo trascorse in una inerte deriva autodistruttiva. È il solo film a cui possa somigliare «Gas» di Luciano Melchionna, diario rabbioso e senza speranza di alcuni ragazzi di provincia, della loro esistenza alienata. Un film unico nel cinema italiano: se rispecchia una realtà autentica, è socialmente esplosivo; se è invece una ideazione fantastica, esprime una creatività rara. Intramezzata dalla immagine ricorrente di una bara, è una storia corale con un protagonista. Il gruppo si raduna perlopiù in un luogo oscuro che può essere un sotterraneo o una fabbrica dismessa. Parlano poco, hanno poche idee («Vogliono la guerra, e tu che fai? Non puoi essere un vigliacco»). Stanno male, litigano, contano sull’amicizia, apparentemente non si lavano, prendono cocaina, hanno capelli tinti di rosso o teste rasate, si annoiano ai film pornografici, si picchiano, tossiscono, dormono in mutande. Le ragazze hanno sguardi torpidi e insieme minacciosi. Come in un gioco crudele, catturano un uomo-ostaggio e lo pestano, lo torturano, lo tengono appeso a testa in giù: è la sola impresa, il solo divertimento delle loro giornate senza scopo nè passioni, senza desideri o lavoro. Finiscono male. Tra gli interpreti, i migliori sono Francesco Venditti (il figlio del cantante e di Simona Izzo) e Alexandra La Capria (la figlia dello scrittore). Paolo Villaggio fa un paio di apparizioni (di solidarietà, si immagina). Loretta Goggi, nella sua prima parte drammatica di madre inquieta e dolente, va benissimo. Il luogo dove il film è ambientato è una vera trovata, oppressivo però libero; l’assenza di ogni segno dell’ordine borghese e piccoloborghese è un sollievo, uno dei pregi di «Gas».
Da La Stampa, Lietta Tornabuoni 19 giugno 2004

«Non puoi essere un vigliacco, non DEVI essere un vigliacco». «DEVI parlare tricolore», «…Prima ero triste, borghese, etero come te», coca, ganci, corde, musica che martella il cervello stung, stung, stung, stung «voglio il sangue, l’umiliazione» stung, stung, stung «bisogna pensare un’isola-lager per barboni, tossici, gay, handicappati». Amore: «voglio un figlio da te», coca, musica che martella, un poveraccio tirato per una fune a testa in giù e pestato a sangue, seviziato. Orge tra ragazzi poco più che ventenni, una bambola dei nostri giorni, simil-Barbie, le ragazzine la conoscono come Bratz, viene usata come arma da una fuoriditesta in minigonna e rossetto rossofuoco contro il solito malcapitato per sfigurargli il viso… un dolore che si cerca di tirar fuori, lei sul letto di casa che si masturba.
Storie di ordinaria-straordinaria follia di un branco di ragazzi tra i venti e i trent’anni che non sono così anormali a vederli di giorno girare per le strade di città, in macchina con la famiglia, con le fidanzate, a tavola con i genitori. E che si trasformano in aguzzini che devono sfogare la loro rabbia, quel livore assassino che chissà da dove e quando e come nasce ma c’è, ed esplode nel momento in cui si “rifugiano” in una sorta di bunker sotterraneo all’interno di una fabbrica dismessa e fatiscente come le loro vite disperate.
Storie che cinematograficamente, stilisticamente sono figlie di Arancia meccanica «perché Kubrick è nel dna di noi tutti» dice il regista alla sua opera prima, Luciano Melchionna. Ma per questo Gas, in sala da venerdì 10, prodotto da Massimo Ferrero e distribuito da Sharada (tratto da un’opera teatrale dello stesso Melchionna e scritto per il cinema insieme con Alexandra La Capria), il discorso è diverso perchè anche molto italiano. Bollato col divieto ai minori di 18 anni, il film farà parlare di sè non solo per una censura che lo penalizza eccessivamente. I rimandi di cronaca sono troppi e terribili solo da rispolverare. Sono ferite aperte.
I sei ragazzi di Gas, non ancora mostri sbattutti in prima pagina, potrebbero esserlo tra qualche ora, minuto. Ed arriva con Gas come un pugno nello stomaco questa «urgenza», così la definisce lo stesso regista «di riabilitare la non violenza. Il bisogno impellente, non più rinviabile, davanti ad una vita diventata sempre più difficile, dura, di liberarsi dall’atto crudele, facendo attenzione a vivere anche troppo liberamente la libertà». Luca (Lorenzo Balducci) sta a casa con un papà e mamma (una intensa, struggente Loretta Goggi); Francesco (Francesco Venditti) è un giovane padre; Emiliano (Massimiliano Caprara) lavora in un obitorio; Sandro (Sandro Giordano) è il figlio di un noto anchorman tv; Monica (Moran Atias) fa la mantenuta; Laura (Paola Ranzoni) porta a spasso la sorellina e ha una mamma depressa. Eccoli i loro identikit di gente “normalmente” deviata.

«Con Gas ho voluto far saltare in aria la zona nera del loro cervello. Un’esasperazione che suona come autocondanna. Per i giovani, un invito all’amore».
Da Il Messaggero,Leonardo Jattarelli 4 giugno 2005

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